"Poiché la ragazza non apriva mai gli occhi, i vecchi non avvertivano nessun complesso di inferiorità per il proprio decadimento [...]. Forse per questo non rimpiangevano di pagare più che per una donna sveglia."

 

© Martina Finelli (Original Image ©`hakanphotography)

 

"Le leggi non proteggevano più il singolo, ma la proprietà e l'industria".

 

Con Philip Dick non si può mai stare tranquilli, perché ognuno di questi suoi racconti è una bomba che sta per esplodere.
All’inizio il ticchettio sembra soltanto un’innocua suggestione, un rumore di fondo proveniente da quel mondo freddo e metallico in cui ci teletrasporta ognuna delle sue storie, ma poi, andando avanti con le pagine, ci si ritrova con la fronte imperlata di sudore e le mani tremanti, col timore che tutto quello che consideriamo parte integrante della nostra vita sia soltanto un guscio vuoto, una copertura per le macchinazioni che governano il nostro destino.

"Troverai la sistemazione un po’ sacrificata, ma abbiamo cortili, scalinate e armadi segreti che fanno sognare".

 

Antonia S. Byatt

Con AS Byatt non c’è da scherzare. Se cercate una lettura da spiaggia (a meno che voi non siate il tipo che legge i classici russi sotto l’ombrellone), frivola e scorrevole, lasciate a casa questo libro e agguantate lo svedesone del momento. Chi ha letto Possessione sa di cosa è capace questa signora tanto distinta: la Byatt non fa complimenti, ti afferra per le caviglie e ti trascina verso il mondo che ha (ri)costruito con una cura e una precisione da orafo.

Ci si sente fortunati ad essere i destinatari di un’opera tanto monumentale, un romanzo in cui la finzione si fonde con la storia del Regno Unito, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, con tutti i fermenti politici, sociali e artistici che caratterizzano il periodo.

Con l’età Vittoriana ormai alle spalle, gli abiti diventano morbidi e fluttuanti e la voglia di sperimentare, di dare un taglio alla rigidità, si estende a tutti i campi dell’esistenza, dall’economia all’arte, dal teatro allo stile di vita.

Già finalista nel 2005 con L'età dell'oro, Edoardo Nesi conquista il Premio Strega 2011 con il romanzo Storia della mia gente (Bompiani), che ha ricevuto 138 voti, quasi il doppio della seconda classificata Mariapia Veladiano [Errata Corrige: avevo invertito il secondo con il terzo classificato, Bruno Arpaia].

Nesi, nato a Prato, è scrittore e regista ed è famoso tra i lettori anche per la traduzione del capolavoro-fiume di David Foster Wallace, Infinite Jest.

"In una situazione di immobilità e di ostilità, come quella attuale, la semplice compassione umana possiede la forza di un cataclisma naturale".

 

© Whistling in the Dark, FlickrNon ho ancora letto nessuno dei romanzi di David Grossman, anche se continuo a comprarli. Probabilmente possiedo l'opera omnia (o quasi) dell'autore, ma ancora non trovo il modo di entrarci, di varcarne i confini. Il fatto è che, mettendo da parte i meriti letterari, io credo che Grossman sia proprio una bella persona. Fino a un po' di tempo fa non sapevo neanche che faccia avesse, ma poi una sera, mentre facevo zapping, mi sono imbattuta in quest'uomo con gli occhiali, intervistato da Fabio Fazio. Ho dovuto aspettare che uscisse il nome in sovraimpressione per identificarlo, ma sono rimasta colpita dall'energia che animava la sua voce e dal suo sguardo luminoso. Dopo questa improvvisa folgorazione a livello umano, qualche mese fa ho deciso di andare a sentirlo dal vivo, in occasione del festival Libri Come a Roma.

Si iniziava alle 21.00, dato che i fans sarebbero stati numerosi, così mi sono avviata ad occupare il mio posto solitario in galleria, a diversi metri dal palco. Il caso, però, ha voluto che

"La realtà consensuale è allo stesso tempo fragile ed elastica, e si ricompone come la pelle di una bolla di sapone".

 

Dopo l'incanto vissuto con La fortezza della solitudine, sono tornata a leggere Lethem.
Se penso a quello che ho provato durante la lettura di Testatipazzo, ormai ripubblicato con il titolo Brooklyn senza madre, dall'originale Motherless Brooklyn, sento di nuovo quell'espressione beata, un po' stupida, che mi si srotola sulla faccia. Forse dipende dal fatto che quando incontro un autore così, uno con cui ho una tale affinità che mi viene voglia di comprargli i fumetti e portarmelo al mare, quello che racconta passa in secondo piano, perché quello che conta veramente è la sua voce: il modo che ha di trasfigurare il paesaggio con le sue parole, di mettersi in bocca il mondo, plasmarlo e colorarlo, per poi risputarlo sulla pagina.
La sua Brooklyn me la immagino con i palazzi costruiti con le sillabe ammassate una sull'altra: strutture semantiche, imponenti come sculture di parole, in cui si può entrare attraverso i buchi delle O o di altre lettere forate. Ho passato qualche giorno a vagare per la città di Lethem, per le stanze innalzate dalle sue parole e per le strade che ha tracciato con le dita, e non avevo nessuna voglia di tornarmene a casa!

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